Caso Youssef, OCF: È contrario alla Costituzione che il giudice possa essere condizionato dall’esigenza di non vanificare le indagini”
“La terzietà del giudice e la sua autonomia nel decidere costituiscono l’essenza di un sistema liberale e dello stato di diritto.”
Con riferimento alla decisione del Gip di Milano che ha rimesso in libertà Siher Youssef e ai conseguenti attacchi da parte di esponenti politici di rilievo nei confronti del giudice, ai quali hanno fatto seguito le prese di posizione dell’Anm e del Tribunale di Milano si ribadisce quanto in altre occasioni già rilevato.
Il nostro sistema processuale, in linea con la nostra Carta Costituzionale, prevede che la limitazione della libertà personale debba essere disposta dal giudice al ricorrere dei presupposti di legge, ossia gravi indizi di colpevolezza per la commissione di un delitto. In caso di fermo dell’indagato da parte del Pm, il giudice ha il dovere, all’esito del contraddittorio tra accusa e difesa, di decidere sulla ricorrenza del presupposto del fermo, ossia il serio pericolo di fuga, e sulla richiesta di custodia in carcere. La decisione del giudice, di non convalidare il fermo per assenza del pericolo di fuga e di scarcerare l’indagato per inconfigurabilità dei reati contestati dal pubblico ministero, può essere sottoposta a successivo controllo del Tribunale della libertà. In ogni caso le indagini successive possono sempre apportare elementi di novità sui quali effettuare altre valutazioni.
Non è previsto ed è contrario alla Costituzione che il giudice debba assecondare le richieste del pubblico ministero o possa essere condizionato dalla esigenza di non vanificare indagini della polizia. Al contrario, la terzietà del giudice e la sua autonomia nel decidere costituiscono l’essenza di un sistema liberale e dello Stato di diritto. La separazione dei poteri prevista in Costituzione ha proprio la finalità di impedire qualunque invasione di campo e garantire che la limitazione della libertà della persona possa avvenire solo per i casi previsti dalla legge. Si tratta di valutazioni giuridiche che competono agli operatori del diritto e che devono essere sottratte a qualunque pressione e adottate esclusivamente sulla base di valutazioni sulle prove e sulla struttura dei delitti contestati, come avvenuto nel caso di Siher Youssef.
Si rileva, poi, che qualunque attacco al giudice, che vada oltre la legittima critica a provvedimenti giudiziari, e che non tenga conto dei principi di diritto e delle regole del processo, si sostanzia in un attacco non soltanto alla magistratura ma anche al ruolo dell’avvocatura quale ineliminabile argine a tutela dei diritti di tutti i cittadini.
